E’ morto un custode dell’attesa, la notizia ha fatto rapidamente il giro dalle reti clandestine dell’opposizione birmana: Taichito è spirato nella storica residenza al numero 54 di University Avenue a Yangon. Per oltre quindici anni questo cane è stato l’ombra di Aung San Suu Kyi, vivendo in prima linea i rari momenti di libertà e i lunghi, dolorosi, anni di isolamento imposti dai regimi militari.

Un legame nato nella separazione

Taichito era entrato nella vita di ASSK nel 2010, regalatole da suo figlio, Kim Aris, arrivato dal Regno Unito per far visita alla madre dopo uno dei periodi più duri di distacco forzato. Era un dono d’amore, un frammento di calore familiare in una vita blindata. Quando la “Lady” era alla guida del governo civile, Taichito era divenuto un volto pubblico: la accompagnava nei viaggi ufficiali e, ogni anno, davanti alla loro casa veniva persino allestito un padiglione per il festival dell’acqua intitolato a lui.

La figura di questo cane ha smesso di essere un fatto privato ed è divenuta un simbolo.

La condivisione del confino. Durante il colpo di Stato militare del 2021, Taichito è stato inizialmente confinato insieme ad Aung San Suu Kyi nella capitale Naypyidaw. Successivamente, quando la leader è stata trasferita in isolamento, il cane è stato separato da lei e rispedito a Yangon. Ha vissuto sulla propria pelle la punizione e la frammentazione che la giunta militare infligge alle famiglie dei dissidenti. E sappiamo tutti quanto i cani soffrano nel distacco. Ecco quindi la metafora del popolo birmano, nelle toccanti parole scritte dal figlio Kim Aris subito dopo la morte dell’animale, emerge il valore simbolico di Taichito:

“In un certo senso, l’ha persa proprio come l’ho persa io. Come me, non sapeva dove fosse stata portata. Come me, l’ha aspettata. Come me, voleva solo rivederla. Ora anche Taichito se n’è andato. E mi si spezza il cuore al pensiero che non abbia potuto vederla un’ultima volta, così come io ancora non so quando, o se, la rivedrò. Lui l’ha aspettata. Io la sto ancora aspettando.”

E’ l’attesa silenziosa, Taichito è diventato l’emblema di milioni di cittadini birmani che, privati della democrazia e dei propri leader, vivono in un limbo fatto di resistenza, speranza e attesa di una libertà che sembra non arrivare mai.

Con la morte di Taichito, che se ne va coperto di fiori, si chiude un capitolo intimo e profondo della storia contemporanea del Myanmar. Il cane che ha vegliato sui silenzi di University Avenue non vedrà il ritorno della sua padrona, ma la sua storia resta l’ennesima testimonianza dei costi (umani e non) della dittatura.


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