Perseo è ancora un cucciolo, in questa foto ha poco più di due mesi, ma i suoi occhi brillano di una luce antica, una scintilla di mondo.
Mentre gioca mi rivolge uno sguardo intenso, capace di guarire. Il lupo, e lui è un lupo feudo, di Saarloos, è forse l’animale a cui l’uomo ha dato più etichette. Invece percepisco nel suo modo di osservare, che lui sa vedere oltre al nome delle cose. Così la mia mente si riallaccia a Saramago e a quella frase epigrafe del libro “Tutti i nomi”, frase estratta da una di quelle sue invenzioni borgesiane, quella del libro delle evidenze, «Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai» che a sua volta si concatena ad una ragazza che ad un certo punto del libro “Cecità”, probabilmente il suo libro più conosciuto, afferma:
“In noi c’è una cosa che non ha nome, questa cosa è quel che siamo”.
Ecco che quel guardare quel qualcosa che non ha nome, e magari donarglielo, è raccontare, raccontare è far esistere. Tutti ne hanno il diritto. Le esistenze se raccontate non sono mai sprecate. Lo insegna Josè, l’unico personaggio di “Tutti i nomi”, ad essere nominato. Un libro assolutamente da leggere.



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