Anni fa mi capitò di essere chiamato fuori città, in una scuola elementare, primaria, diciamo oggi. Un edificio vecchio, inerpicato sui monti dell’Appennino tosco-romagnolo.
I pochi bambini dei paesini vicini erano stati raccolti lì, in classi miste, di età diverse.
Dovevo condurre un incontro fatto di giochi e racconti: il lato in fiore di ciascuno, la bellezza dello stare insieme, il valore delle relazioni. Con me avevo una storia principale, come spesso accade. Era quella di Annalena Tonelli, mia zia, sorella di mamma, una donna che, ovunque sia passata, ha lasciato luce.
Sotto il braccio stringevo un gomitolo colorato. Lo porto spesso con me: un filo che si srotola tra i banchi, che passa di mano in mano come una piccola ragnatela, e invita i bambini ad afferrare un colore e a dire qualcosa di bello su di sé.
Ero ancora sulla soglia dell’aula quando l’insegnante mi si avvicinò, con passo discreto.
«In questa classe abbiamo venticinque angeli… e un diavoletto», mi sussurrò. Il tono era gentile, ma incrinato da una sottile apprensione.
Quelle parole mi rimasero addosso. La mente cominciò subito a organizzarsi: pensai a un bambino difficile, pronto a sabotare il gioco, a opporsi, a sottrarsi, nulla di nuovo in realtà. Può accadere. Ma il cuore, più veloce, aveva già sentito altro: il peso di quelle etichette, così nette e così definitive, appiccicate su creature ancora così giovani. Angeli e diavoli. Avrei voluto strapparle una per una.
Il diavoletto comunque non impiegò molto a farsi riconoscere. Quando il filo arrivò a lui, non afferrò alcun colore e non disse una parola. Restava con la testa appoggiata sul banco, serrata tra le braccia, come chi sceglie di sparire, di chiudere ogni varco alla luce.
Passandogli accanto, mentre continuavo a parlare con gli altri bambini, composti, sorridenti, collaborativi, gli sfiorai la testa con una carezza appena accennata.
Il tempo fece il suo lavoro. Dopo qualche parola, dopo alcune vicende raccontate senza fretta, storie capaci di smuovere perché parlano direttamente al cuore, mi accorsi che quel corpo chiuso cominciava ad aprire fessure. Ogni tanto, da sotto le braccia, spuntava un occhio che mi cercava.
Quando l’incontro volse al termine, il “diavoletto” era seduto in braccio a me. Alzava la mano prima di tutti, voleva rispondere, dire la sua, esserci. In quel piccolo Geppo si era acceso un fuoco: quello di chi ha scoperto che non esistono muri né definizioni capaci di imprigionarlo, e che ciò a cui gli altri avevano dato un nome era semplicemente il suo modo di essere, forse solo di questa stagione della vita. Andai via con lui che mi salutava dal finestrino chiuso dello scuolabus. Ci sono ricordi che non ci lasciano. Lui è uno di quelli


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