“Cosa ne sai tu che sei ancora un adolescente!”. Ricordo quando ce la gettavano addosso questa frase, magari solo per chiudere rapidamente un discorso, oppure per mettere in chiaro che era troppo presto per poter pretendere di aver compreso chissà quale meccanismo del mondo. Una frase-fatta adatta a bollare come inutile un’opinione.
Ho sempre amato conoscere da dove deriva un termine, e l’etimologia di adolescente è ad alere, colui che si sta nutrendo.
Mi sono chiesto come vivano i giovani di oggi, nutriti in un clima politico fatto di urla, arroganza, parole distruttive, inganni e ansie. O forse dovrei dire: come affrontano un’epoca in cui la politica sembra essersi trasformata in bullismo, sfruttando tutto questo? Cosa provano, immersi in un continuo susseguirsi di conflitti ovunque? Ne parlano tra loro? Si confrontano?
Memore della rabbia che provavo difronte al disinteresse delle passate opinioni giovanili, l’ho chiesto a ragazze e ragazzi di una quarta superiore ormai qualche settimana fa.
Ho trovato in loro un livello di sensibilità molto elevato. La sensibilità, tocca sempre ribadirlo, perché anche questa è una parola usata spesso per tappare bocche, non è debolezza ma dono, purtroppo è anche una fonte di frustrazione per chi è costretto, contrariamente alla propria essenza, a vivere in un contesto permeato da violenza verbale e atteggiamenti volgari che provengono simultaneamente da ogni aspetto della vita quotidiana, spesso anche dalle famiglie stesse.
Devo dire che si sono subito sciolti, in diversi hanno parlato tirando fuori una moltitudine di eventi recenti, anche strettamente politici, tutto condito con riferimenti alle parole di youtuber, streamer, influencer che affermano questo o quello. Tant’è che a un certo punto si è aperto un conflitto fra i ragazzi, scaturito dalle parole di Marco che, sul nome di uno di questi famosi dei social si è surriscaldato, inveendo: “Vendono solo alla fine! Parlano, parlano, poi hanno un qualcosa da promuovere che tirano fuori o hanno addosso”. “Non tutti! Alcuni sono veri”, ha ribattuto stizzita Rachele, in difesa di qualcuno di questi che lei valuta positivamente.
Si è alzato un parapiglia decisamente polveroso per me, composto da nomi/pseudonimi (i più a me sconosciuti) classificati in bravi/onesti vs furbi/finti. “Ecco le squadre di oggi”, ho pensato mentre loro erano presi fra accusa e difesa.
La situazione scivolava dove non volevo certo andare a cadere, quando la buon Alice mi ha salvato e quasi sottovoce ha detto:
“E’ una tenebra questo mondo intorno a noi”. Si è fatto come un velo di silenzio a quel punto. E’ vero, ho pensato, anch’io sento che “tenebra” per il tempo che viviamo oggi, è una definizione assolutamente corrispondente.
Un altro ragazzo, Luca, si è lanciato dietro a lei e ha parlato di sentirsi in un labirinto quando pensa al futuro. Un labirinto che non ha un’entrata. È come cresciuto dentro al tempo, il labirinto è comparso attorno a lui. Forse a tutti noi.
Giunti alle soglie del labirinto in piena tenebra, quasi fossimo in una novella Cnosso, dove manca il filo per ritrovare la strada e i minotauri compaiono sugli schermi degli smartphone, fingendo di essere quelli buoni, abbiamo deciso di soffermarci su queste metafore.
Allora li ho invitati a guardarsi attorno. “Quali sono le mura di questo labirinto? Da cosa sono fatte?”
Non sono certo le belle siepi verdi alte ma senza pertugi, o arbusti corposi aggrovigliati l’un l’altro come quelli che si vedono sei film o nei fumetti. No, no, tutt’altro.
Abbiamo stabilito che le mura sono fatte di inganni e apparenze. Realizzate in gomma in cui rimbalzi in tutto quello che comunica come devi essere e come conformarti per poter esistere. E tutti vorrebbero esistere ed essere considerati.
A questo tipo di mura abbiamo aggiunto quelle del consumismo e dell’avidità dei potenti che subiamo sì, tutti assieme, ma sostanzialmente in una solitudine interiore. Eccoci dunque alla tenebra.
La tenebra è non vedere gli altri, i vicini, i compagni, non capire che spesso soffrono assieme a te, dei tuoi stessi mali.
Ma la rabbia? Ho chiesto con un po’ d’impertinenza. Non vi sale la rabbia? Poi ho capito guardando nei loro occhi che quella rabbia a cui penso io, non l’hanno, oppure è ancora molto sopita. La rabbia in fondo è un buon laccio ma è un punto che abbiamo tralasciato.
Allora, rassegnazione? No, non c’è questa “resa”, non ho trovato nemmeno questo.
Ho trovato una classe che vorrebbe, anche se non sa come, uscirne assieme.
“Ecco la politica!”, avrebbe detto Don Milani.
Siamo tornati su “quell’assieme” , individuata come l’àncora a cui aggrapparsi. Ci siamo detti che dobbiamo trovare le parole buone fra noi, accoglierci maggiormente, curarci, sopprimere un po’ di paure; se è vero che tutti, in un qualche modo, soffriamo per questo modo finto di vivere, che porta lontano dal proprio essere, il problema è comune.
E così, mentre loro parlavano di come uscirne e di tutto ciò che li urta del mondo, io riflettevo sulle porte. In un labirinto ci sono sempre piccoli svincoli in cui girare per tentare almeno un percorso diverso. Giri e rigiri e poi magari ti ritrovi in un vicolo cieco e sei costretto a tornare indietro. Comunque ti muovi, certo, il movimento confonde è costruito per questo, ma, se sei attento ai dettagli, oppure un bravo pollicino, la strada d’uscita alla fine la trovi. Oppure ci vuole qualcuno che torni indietro a prenderti.
Ma qui passaggi non ci sono, la strada è unica e finiamo tutti a girare in tondo.
Quindi sale l’ansia, la paura di non (ri)uscire.
Passate le due ore ho salutato questa piccola comunità-classe in fermento. “Vi lascio, riflettete, noi pensiamo al buio e credo che la luce dentro al labirinto siate voi. Brillate dal momento in cui avete deciso di essere onesti con voi stessi e guardato la realtà che vi circonda e fa male perchè usa la vostra energia tenendovi al buio.”, e Saramago scriveva bene, “anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l’uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso”.
Forse è da lì che dobbiamo partire, da questo luogo interiore, è un paradosso ma tutto dentro di noi è al buio e noi cerchiamo la luce, così intuiamo anche che esiste una vita più vera, più nostra, oltre la finzione…ma la strada non la troviamo. Può essere che qualcuno di voi scopra il modo. Parlatene molto, tentate strade… e tornate a prendere gli altri. Uscitene, come avete detto, assieme.


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