Farah vive a Wajir, nel desertico nord-est del Kenya, è di etnia somala come il 99% della popolazione che abita questo remoto angolo di mondo. Oggi è un uomo di 66 anni, in queste meravigliose righe, ricorda il suo primo incontro con Annalena
Lo ricordo come se fosse successo ieri, anche se sono passate tante piogge da allora. Era la stagione secca del 1974 e il sole su Wajir non aveva pietà. La polvere si aggrappava all’aria come una seconda pelle. Avevo appena quattordici anni, zoppicavo per una ferita infantile mai guarita bene, quando sentii parlare per la prima volta della donna italiana che aiutava i dimenticati.
La gente in città mormorava di lei: Annalena Tonelli, alcuni la chiamavano pazza. Altri dicevano che era una santa. Ma ciò che mi colpì di più fu il suo coraggio: andò dove anche i nostri temevano di camminare: nel cuore dei sofferenti.
Una mattina, mio zio, che aveva sentito parlare del Centro di riabilitazione Walaal Farahsan, mi ci portò su un carretto preso in prestito trainato da un asino. Mi aspettavo un edificio freddo, forse qualche medicina e degli estranei lontani. Invece ho trovato la vita: risate, canti, profumo di sapone e porridge fresco.
E al centro di tutto questo, lei.
Annalena non era alta, ma quando entrò nel complesso fu come se passasse una tempesta di luce. Indossava un vestito semplice, i capelli legati all’indietro, il sudore sulla fronte, teneva un quaderno in una mano e un bambino nell’altra. Parlava poco, ma il suo somalo era chiaro. L’aveva imparato bene. Guardò me, non la mia gamba, e disse semplicemente:
“Walaal, cammineremo di nuovo, forse non con le tue gambe, ma con la tua speranza”.
Mi mise una mano sulla spalla. Nessuno dei medici locali mi aveva mai toccato con tanta compassione.
Per settimane ho ricevuto cure. Imparai a cucire con la mano più forte dell’altra. Ho aiutato altri ragazzi a stringere i dadi delle stampelle di legno. Ci ha insegnato l’igiene, la dignità e il valore di mostrarsi l’uno per l’altro.
Un giorno la vidi piangere nel magazzino, in silenzio, da sola. Un bambino era morto di tubercolosi la sera prima. Era arrabbiata, frustrata. “Meritano di meglio”, sussurrava, forse a Dio. Forse a se stessa.
Avrei voluto dirle allora: “Tu sei migliore. Sei l’unica luce che abbiamo conosciuto in questo angolo di Kenya dimenticato”.
Ma non lo feci. Presi semplicemente una scopa e iniziai a spazzare accanto a lei.
Anni dopo, molto tempo dopo che fu costretta a lasciare Wajir, il centro rimase. I bambini che ho aiutato a crescere grazie alle competenze acquisite lì sono ora adulti, alcuni addirittura camminano con orgoglio sulle stampelle che un tempo avevamo costruito sotto un albero di neem.
Ogni volta che passo davanti al vecchio muro del centro, ricordo quel primo giorno. Il giorno in cui ho conosciuto non solo Annalena, ma il potere della compassione, di qualcuno che ha osato fare del nostro dolore il suo scopo.
Farah
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