Esiste una forza sottile, eppure indistruttibile, che lega i trecento cittadini birmani residenti in Italia. Si sono ritrovati a Bologna, sotto un titolo che è insieme un manifesto e una promessa: “Tenendoci stretti per mano, la festa delle tradizioni birmane nella lotta per la libertà”.

Ho trovato una comunità unita che è, di per sé, la prima forma di risposta a un regime. Ogni autoritarismo si fonda sulla medesima ricetta: instillare paura e isolare l’individuo. Rompere i legami per rendere le persone controllabili.

Non siete riusciti a spezzarci”, ha dichiarato con fermezza una rappresentante della comunità. Un’affermazione non scontata, se si considera che l’artiglio della giunta militare si allunga ben oltre i confini del Myanmar. Si manifesta nel controllo capillare delle ambasciate, nei ricatti sui permessi di soggiorno, nelle estorsioni silenziose, come quella subita da una collaboratrice domestica a Roma a cui viene chiesta una percentuale sullo stipendio per poter restare in Italia.

Tante piccole storie di ordinaria oppressione che, tuttavia, sbattono contro la resistenza luminosa dei tanti giovani studenti universitari presenti a Bologna. Splendidi nei loro abiti tradizionali, il longy indossato con orgoglio. Sorridenti con il thanaka in viso, questa pasta ricavata dalla corteccia di un albero e fissata sulle guance in forma circolare o a foglia. Appaiono “esili e forti” al tempo stesso.  hanno lanciato un appello alla testimonianza, a non vivere nel silenzio: “Ogni persona che ci ascolta diventa una luce in più”. E’ una iniziativa importante questa di riunirsi per non perdere la propria identità. Il cuore dell’incontro è racchiuso in un’immagine potente:

“Siamo come il fiore di Loto. Cresce nel fango e nelle acque torbide, in condizioni proibitive, eppure emerge pulito, forte e bellissimo. Oggi il Myanmar è quell’acqua difficile, ma il popolo continua a rialzarsi. Noi siamo i petali arrivati fin qui”.

Negli ultimi cinque anni la situazione nel Paese è diventata soffocante, ma la speranza non è un concetto astratto, bensì un cantiere aperto. Andrea Castronovo, dell’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania, ha riportato la testimonianza di un recente viaggio nelle zone liberate dalla resistenza. Lì, tra ospedali sotterranei per sfuggire ai bombardamenti e università clandestine, si sta già costruendo la democrazia del futuro. Non è solo una guerriglia: è l’edificazione di una società civile fatta di comitati politici che ricostruiscono servizi pubblici in un contesto di guerra.

Mi ha commosso, nella sua semplicità, il racconto di un cartello attaccato ad un palo con la foto di un gatto e la scritta: “Se lo vedete telefonate a questo numero”. E’ il senso di una ricerca di normalità.

Intanto la controffensiva dei militari si sta intensificando. La Cina sta stringendo accordi con la giunta e  ha proibito ai gruppi etnici di confine di vendere proiettili alla resistenza. Contemporaneamente aerei passano e bombardano soprattutto villaggi indifesi.

Dalla dignità del popolo birmano abbiamo molto da imparare. Perché solo quando i popoli si incontrano, discutono e si tengono per mano, è possibile trasformare il fango del presente nel futuro luminoso di un fiore di loto.

Andrea Saletti @erebfan


Una risposta a “Il fiore di loto e la ricerca del gatto scomparso. Incontro con la comunità resistente birmana”

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    Thank you for sharing our story. We’re few in Italy, and we try to stay united. We have little chance of being a community, and we stand by our friends in Burma.

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