Le parole toccano.
A volte aprono, altre richiudono.
Ero in una scuola media di una città di mare: dalla finestra dell’aula lo si poteva vedere. Mentre sistemavo il computer e il giubbotto, pensavo a quanto sarebbe stato difficile per me stare al posto di quei ragazzi, o degli insegnanti, e resistere alla tentazione di guardare fuori continuamente.
Il mare chiama sempre. Non so bene perché. Forse perché, in qualche modo, veniamo tutti da lì.
L’argomento dell’incontro erano le parole. Le stavamo usando con i ragazzi per provare a capire cosa c’è dietro chi le pronuncia, cosa si muove dentro le persone quando parlano, e cosa a volte non riusciamo a cogliere, nei silenzi, nei gesti.
Che cosa si nasconde dietro una frase.
Avevo con me Edgard Lee Master e l’antologia di Spoon River che ha il potere in modo poetico di raccontare la verità.
Poi avevo stretto il cerchio su di noi in quell’aula, ho letto una mia poesia molto semplice, due righe soltanto:
«Dalla finestra di questa vita,
vedo l’altra».
Ci siamo divertiti: ognuno di loro ne ha dato un’interpretazione diversa. Poi ciascuno ha scritto un verso proprio, e gli altri cercavano di indovinare cosa il poeta-compagno o la poeta-compagna volesse dire.
A un certo punto ha parlato anche una ragazza con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia. Poche parole, ma ho visto qualcosa accadere nella classe: tutti si sono come fermati, e poi lentamente sono ripartiti.
Non ne avevo capito subito il motivo.
All’uscita lei mi ha fermato, restando seduta al banco. Ho appuntato ogni dettaglio, il banco scolorito, l’aria ferma, il suono della sua voce. Mi ha detto:
«Andrea, mio babbo è morto in un incidente. Con la macchina».
Ho guardato quegli occhi grandi come il mare là fuori. Non ho trovato parole. Le ho baciato la testa e le ho fatto una carezza.
Fuori dall’aula, la prof. mi ha spiegato che erano due mesi che non parlava. E allora ho compreso quel fermo improvviso della classe a cui avevo assistito: un momento di sorpresa collettiva, come quando qualcosa si ridesta all’improvviso.
È vero: in questo caso le parole hanno aperto.
Resta il fatto che, davanti a un dolore così, spesso le parole non bastano.
Altre volte mi sono capitati episodi simili. Con i ragazzi bisogna sempre tentare strade nuove per il dialogo, anche quando ci sono muri, silenzi profondi, o, al contrario, rumori e non-parole.


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