Ricordo l’immagine del corpo a terra di Kenji Nagai, reporter giapponese, esperto di racconti di guerre, durante la “rivoluzione zafferano” nel 2007. Lui era lì quando i monaci buddisti si unirono alle proteste di massa creando come un muro spirituale attorno ai manifestanti. Il 27 settembre, Nagai, si trovava vicino alla pagoda di Sule, nel centro di Yangon, nel momento in cui i soldati decisero di sparare per disperdere i manifestanti.

il corpo a terra di Kenji Nagai, settembre 2007

Inizialmente il governo militare birmano dichiarò che il giornalista era stato colpito accidentalmente da un “proiettile di rimbalzo”. Tuttavia, un video esclusivo trasmesso da una rete televisiva taiwanese (e poi ripreso dai media di tutto il mondo) smentì categoricamente la versione ufficiale.

Le immagini mostrarono chiaramente un soldato birmano che spingeva Nagai a terra e gli sparava a bruciapelo al petto da una distanza ravvicinata. Anche mentre era a terra, ferito a morte, Nagai fu ripreso mentre cercava disperatamente di tenere alta la sua videocamera per continuare a filmare.

Il prezzo della verità che lui stava cercando di far conoscere al mondo arriva fino ad oggi, dove tutto è come polvere nel vento, “dust in the wind” (un brano dei Kansas) che cantano ancora oggi i rivoltosi cercatori di democrazia birmani.

Nel panorama dell’informazione globale, ci sono crisi che si consumano nel silenzio più assoluto, lontano dai riflettori dei grandi media internazionali. Una di queste sta distruggendo le vite di centinaia di giornalisti e operatori dei media birmani che, dopo il colpo di Stato militare del 2021 in Myanmar, hanno cercato rifugio oltre il confine.

Giornalisti durante le proteste per il colpo di stato 2021, Myanmar

La loro nuova casa è Mae Sot, una polverosa città commerciale in Thailandia. Un luogo abbastanza vicino al confine da permettere di sentire i colpi di artiglieria su cui questi reporter continuano a indagare, ma che offre solo un precario santuario e una profonda insicurezza legale, mentale ed economica.

Se un milione di visualizzazioni vale meno di 50 dollari

Per sopravvivere all’azzeramento dei ricavi interni causato dalla dittatura, i media indipendenti birmani sono diventati totalmente dipendenti dagli aiuti internazionali. Tuttavia, una drastica ondata di tagli – prima da parte degli Stati Uniti nel 2025 e poi da donatori europei come la Svezia nel 2026 – ha fatto precipitare le redazioni in una crisi esistenziale.

Per coprire i costi di elettricità, cibo e alloggio, testate come CJ Platform – nata per formare i citizen journalist in prima linea, vere e proprie testimonianze contro la censura – si sono trovate chiuse nella cosiddetta “trappola dell’algoritmo”.

Min Thu Win Htut, fondatore della piattaforma, racconta una realtà amara: ogni mattina il primo pensiero non va alla qualità delle notizie, ma a quali post stiano monetizzando su Facebook e YouTube. Per ottenere visualizzazioni, le redazioni sono spesso costrette a cedere al clickbait e al giornalismo scandalistico, gli unici contenuti che le piattaforme sembrano premiare.

Il paradosso? Un video propagandistico condiviso per dovere di cronaca ottiene un milione di visualizzazioni, mentre un’inchiesta approfondita durata tre mesi raccoglie un interesse minimo. Eppure, quel milione di visualizzazioni su social media genera meno di 50 dollari. Una miseria, che però rappresenta la linea di demarcazione tra il mangiare e il restare a digiuno. “Siamo giornalisti, dopotutto. Proviamo un certo senso di vergogna per questo” confessa Min Thu.

La crisi finanziaria ha ridotto all’osso i budget, costringendo i professionisti dell’informazione a fare i salti mortali. Svolgere un secondo lavoro è ormai diventata la norma per i giornalisti in esilio.

C’è chi usa l’auto dell’ufficio come taxi improvvisato per guadagnare un po’ a corsa.  Tayzar Awng, fondatore della rivista online Arakha Times, coordina di giorno le storie dei reporter nello Stato di Rakhine e di notte gestisce una bancarella di cibo in un mercato notturno a Mae Sot. Gran parte del ricavato della bancarella serve a pagare i pezzi scritti dai suoi collaboratori per mantenere attiva la testata.  Kyaw Kyaw Min, redattore senior di Democratic Press, lavora come cassiere notturno poiché la sua testata non riceve fondi da un anno.  Maw Jay, madre single ed ex giornalista di punta, oggi fa la fornaia per arrivare a fine mese, relegando il reportage investigativo ad un hobby, continua a svolgere inchieste approfondite per Mandaing, un’agenzia di stampa birmana che opera gratuitamente, dove tutti i giornalisti e i redattori sono esperti ma lavorano senza alcun obbligo di firma.

Il costo è anche umano e collettivo

Oltre al danno economico, c’è un costo umano invisibile e devastante. Molti giornalisti soffrono di ansia, depressione e traumi da stress secondario dovuti ai racconti di una guerra civile brutale. Gli psicologi parlano di una vera e propria “perdita di identità”. Chi lavora sotto copertura all’interno del Myanmar non può più dire di essere un giornalista; deve mentire ai vicini e persino istruire i propri figli piccoli affinché non rivelino a nessuno il lavoro del padre.

Il rischio più grande, tuttavia, è collettivo. Se questo ecosistema di informazione indipendente dovesse crollare, potrebbero volerci anni per ricostruirlo. Si perderebbero le fonti sul campo e la fiducia istituzionale.

In assenza di voci libere, lo spazio dell’informazione verrebbe totalmente occupato dalla propaganda della giunta militare, che nel frattempo ha stretto accordi con agenzie di stampa straniere controllate da Stati alleati e con studi di pubbliche relazioni occidentali per ripulire la propria immagine.

Come ha sottolineato Beh Lih Yi del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), l’impatto di questa crisi non riguarda solo la vita dei reporter, ma significa soprattutto che “il mondo non riceverà mai la storia completa di ciò che sta accadendo in Myanmar, in un momento in cui non possiamo permetterci di volgere lo sguardo altrove”. Nonostante tutto, arroccati nelle loro case-redazione, questi cronisti continuano a lavorare fianco a fianco, rifiutandosi di arrendersi.

Andrea Saletti


2 risposte a “Gestire un sito di notizie da una bancarella di cibo: così i media in esilio del Myanmar lottano per sopravvivere”

  1. Avatar Roberto Facci - Lucca
    Roberto Facci – Lucca

    Grazie, è un articolo veramente interessante. E’ possibile contattarla per una breve intervista per un nostro notiziario locale?

  2. Avatar Enrico Rossi
    Enrico Rossi

    Ho un amico che lavora in Birmania per una azienda e mi dice che la situazione è drammatica anche se a Yangon cercano di non pernsarci e di proseguire normalmente. Fuori città ci sono ampie zone non controllate dall’esercito e dove si combatte. L’altro grande problema è l’alcolismo che in questi anni è aumentato anche fra i minorenni. Era un paese sicuro e senza violenza e oggi non lo è più proprio per questa situazione dovuta al colpo di stato. Non ne parla mai nessuno. Grazie

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