Erano le 11:11 del mattino dell’11 novembre 2005, quando 11 battaglioni di militari, trasportati da 1100 camion, accompagnarono 11 ministri del governo da Yangon verso la nuova capitale fantasma Naypyidaw.
La scelta del numero 11, ritenuto di buon auspicio, derivò dall’osservazione degli astri effettuata dall’astrologa personale di Than Shwe, allora capo del “Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo”, l’organo supremo della dittatura militare e delle forze armate.

Già nelle epoche monarchiche, alla corte dei re birmani, astrologi e indovini avevano un ruolo ufficiale: stabilivano date favorevoli per guerre, incoronazioni, costruzioni e decisioni importanti. Questa tradizione culturale non è scomparsa con la fine della monarchia, ma si è trasferita anche nei regimi militari che si sono succeduti.
Un caso emblematico è quello di Ne Win, dittatore dal 1962 fino agli anni ’80. Era celebre per il suo forte affidamento all’astrologia e alla numerologia: ad esempio, modificò il sistema monetario introducendo banconote con tagli “insoliti” come 45 e 90 kyat, scelti perché legati al numero 9, che considerava portafortuna. Anche diverse decisioni politiche ed economiche furono prese seguendo consigli astrologici, con esiti spesso disastrosi per la popolazione.
Negli anni ’70 il governo ordinò di spostare la guida stradale da sinistra a destra, tutto da un giorno all’altro. Si dice che la decisione sia stata presa su consiglio di un astrologo, per simboleggiare un distacco dal passato coloniale britannico e “bilanciare” le energie politiche. Il problema è che le auto avevano e hanno ancora il volante a destra come nei paesi anglosassoni, rendendo i sorpassi molto pericolosi e alla cieca. Chi è stato in Myanmar conosce bene l’impressione di insicurezza che questo provoca!
Queste pratiche continuarono sotto il regime del State Peace and Development Council, guidato da Than Shwe, che, come nel caso dello spostamento a Naypyidaw della capitale, mostrò una forte dipendenza dai rituali.
Una delle sue “consigliere spirituali”, o meglio yadaya (o yadayaa), ossia persone che eseguono rituali magici, cartomanzia e pratiche esoteriche per neutralizzare la malasorte, prevenire eventi negativi, scacciare spiriti maligni o contrastare profezie avverse, era Swe Swe Win, soprannominata “E Thi” per la somiglianza con il celebre personaggio di Spielberg.

E’ stata una delle figure più enigmatiche del sud-est asiatico, capace di influenzare anche la geopolitica della regione. Questo nonostante le sue gravi disabilità fisiche, sorda, muta, con il corpo deformato. La leggenda narra che perse l’uso dei sensi durante un forte temporale da bambina, acquisendo in cambio poteri di “vista superiore“. Incapace di parlare, comunicava scrivendo le sue profezie su fogli di carta o tramite la sorella, che interpretava il suo labiale. Quest’ultima sostiene che l’80% delle predizioni di ET si siano avverate.
I suoi clienti provenivano dall’élite di tutto il Sud-Est asiatico (e non solo), compreso il primo ministro thailandese. Tutto alla modica tariffa di 1000 dollari per 15 minuti.
Bisogna specificare che i rituali yadaya non sono preghiere, ma veri e propri atti di magia spesso correttiva. Tutto si basa sulla convinzione che si possa ingannare il destino compiendo un’azione simbolica che riesca a neutralizzare o assorbire qualcosa di non voluto.
E’ sotto l’influenza di “E Thi” e di altri astrologi che Than Shwe, per contrastare il potere crescente di Aung San Suu Kyi, il suo grande carisma di donna, ha praticato rituali di “femminilizzazione“. Nel 2011 il generale e i suoi ufficiali si presentarono a una cena di Stato a Naypyidaw indossando l’hta-mein (longyi, gonna lunga) femminile, tutto in diretta televisiva nazionale.
Sebbene non sia stata fornita alcuna spiegazione ufficiale, questo gesto di travestimento è stato interpretato come un atto di yadaya, una pratica superstiziosa. Per contrastare le profezie degli indovini che prevedevano che un giorno una donna avrebbe guidato il Paese, Than Shwe ha eseguito questo rituale nel tentativo di scongiurare tale destino.
Chiaramente, non ha funzionato. L’idea era che, agendo come una donna, il generale potesse sottrarre il destino di potere riservato a una figura femminile.

“E Thi” è deceduta nel 2017, predicendo lei stessa la sua imminente dipartita.
Dopo Than Shwe, è arrivato il turno di Min Aung Hlaing (autore del golpe del 2021) che non ha smesso di consultare astrologi. Anzi, ha intensificato l’uso della religione e dell’esoterismo per legittimare il suo potere e di conseguenza la sua violenza.
Un esempio significativo è la statua gigante del Buddha nella capitale. Il dittatore ha supervisionato personalmente il Maravijaya Buddha, una maestosa scultura di marmo seduta, la più grande di questo tipo al mondo. Non si tratta solo di devozione: la statua è carica di simbolismo numerologico ed è vista come un “generatore di potere” destinato a proteggere il regime dalle sanzioni internazionali e dalle rivolte.

Il generale, in realtà, non nasconde tutto questo, anzi, ha minuziosamente pubblicizzato ogni fase, sottolineando il simbolismo numerologico. Torna sempre il numero 9, più che sacro per i dittatori birmani.
Altezza Statua: 63 piedi (6+3=9)
Altezza Trono: 18 piedi (1+8=9)
Altezza Totale: 81 piedi (8+1=9)
Peso Statua: 1.782 tonnellate (somma dei numeri = 18, 1+8=9)
Peso Totale: 5.292 tonnellate (somma dei numeri = 18, 1+8=9)
Stupa circostanti: 720 (7+2=9)
Il nome “Maravijaya” significa “Buddha che vince il Demone (Mara)“. Nel contesto attuale per lui il “Demone” sono i rivoltosi della resistenza e anche le sanzioni occidentali.
Oltre ai numeri, ci sono anche i simboli, Min Aung Hlaing ha continuato la lunga tradizione dei leader militari del Paese: una forte fiducia in simboli superstiziosi, in particolare nei rubini.
Recentemente, secondo il racconto di Min Aung Hlaing, un giovane che ama il proprio Paese e il Tatmadaw (il nome dell’esercito) ha donato il rubino che gli era stato tramandato dai suoi antenati. Questo rubino è risultato essere un tesoro raro, ed è stato ampiamente celebrato dai media controllati dal regime. Il quotidiano Myawaddy Daily, portavoce della giunta, ha persino pubblicato un editoriale e un articolo che elencava i benefici astrologici derivanti dall’indossare un rubino, affermando che esso porta reputazione e fama a chi lo possiede, conferisce autorità e allontana il male. La pietra quindi è stata presentata come qualcosa di straordinario e collegata direttamente alla fortuna e al prestigio del leader.
Questa reazione non è casuale, nella cultura politica della giunta, i rubini sono considerati segni di potere, protezione e legittimità. I generali credono che possedere o essere associati a pietre preziose dimostri il loro diritto a governare.

Questo comportamento è legato al concetto birmano di “hpoun”, una forma di autorità spirituale un merito karmatico nelle vite passate. Secondo questa visione, chi possiede più “hpoun” è destinato a comandare. Min Aung Hlaing ha interpretato questo rubino come una conferma di potere.
Va anche detto che questo fenomeno non è esclusivo della Birmania: in diversi contesti autoritari (e anche non autoritari), leader politici hanno talvolta consultato astrologi, figure similari e si sono affidati all’esoterismo. Nel caso birmano, però, questa tendenza è particolarmente documentata e intrecciata con la cultura tradizionale.
Il popolo birmano è straordinario per tradizioni, accoglienza e anche per una ricerca indomita della libertà
Il problema non sta nella venerazione animista dei millenari NAT, spiriti ancestrali che convivono con il buddhismo e rappresentano forze della natura, antenati che influenzano profondamente la vita quotidiana. Ho assistito durante la notte a riti straordinari, vissuti con autentica devozione e partecipazione dalla comunità. Il vero dramma si manifesta quando queste forze vengono invocate per giustificare o rafforzare azioni di dolore e sofferenza inflitte al popolo.
I soldati della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale portavano orgogliosamente sulla fibbia della loro divisa la scritta “Gott mit uns” (Dio è con noi), una frase che simboleggiava la loro convinzione di agire sotto la protezione e l’approvazione divina. Sappiamo bene quali furono le tragiche conseguenze. Allo stesso modo, i generali birmani operano uccidendo e sottomettendo il popolo anche in nome di un potere divino, probabilmente profondamente convinti della loro giustificazione morale e del diritto sacro a mantenere il controllo con la forza.
Non posso concludere senza ricordare le parole di Aung San Suu Kyi, che illuminano perfettamente il concetto di paura, strettamente legato a tutti questi dittatori, sottolineano l’importanza anche per il popolo di essere “liberi dalla paura”.
“Non è il potere che corrompe; ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto.[…] Sarebbe difficile sconfiggere l’ignoranza senza la libertà scevra di paura di perseguire la verità. Dal momento che il rapporto fra paura e corruzione è tanto stretto, non può meravigliare che in ogni società in cui matura la paura, la corruzione si radichi profondamente in tutte le sue forme.
Poi ancora in maniera straordinaria, spiega il principio di un modello di società a cui tutti dovremmo aspirare, tralasciando le paure e gli inganni provocati dal potere
La fonte del coraggio e della resistenza di fronte al potere scatenato è generalmente una salda fede nella sacralità dei principi etici combinata con la certezza storica che, malgrado tutte le sconfitte, la condizione umana abbia per fine ultimo il progresso spirituale e materiale. Ciò che distingue l’uomo dal bruto è la sua capacità di miglioramento e auto-redenzione. Alle radici della responsabilità umana vi è il principio di perfezione, l’impulso a raggiungerla, l’intelligenza di trovare la strada giusta e la volontà di seguirla, se non fino alla fine, almeno per il tratto necessario a sollevarsi al di sopra dei limiti personali e degli ostacoli contingenti. Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.
Andrea Saletti



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