C’è una storia uscita qualche mese fa su “The Guardian” che mi è rimasta appesa al cuore, è quella di Anina. Quando i giornalisti britannici l’hanno incontrata nello Stato Chin, sulle montagne dell’ovest del Myanmar, stava per compiere diciotto anni e si muoveva con l’aiuto di una stampella, dopo essersi slogata una caviglia mentre fuggiva da un attacco aereo dell’esercito golpista.
A guardarla in questa foto sotto, con il volto ancora giovanissimo e il pupazzetto addosso, potrebbe sembrare un’adolescente come tante: le piacciono i cartoni animati, segue il calcio, fa il tifo per il Manchester City, ha un fidanzato e fino a pochi anni fa ballava e pubblicava video su TikTok. Ma la sua giovinezza è stata attraversata e trasformata dalla guerra civile esplosa dopo il colpo di stato militare del 2021.

Anina aveva soltanto quattordici anni quando l’esercito ha preso il potere, arrestando i leader eletti e reprimendo con violenza le proteste di piazza. Come migliaia di altri giovani, inizialmente aveva partecipato alle manifestazioni pacifiche contro la giunta. Poi sono arrivati gli spari sui civili, gli arresti di massa, la repressione più becera…le uccisioni. La speranza di un cambiamento nonviolento si è incrinata rapidamente. Di fronte alla brutalità della repressione, molti giovani hanno scelto la clandestinità e la resistenza armata. Anche lei.
Entrata nel Chin National Defence Force, una delle milizie locali nate per contrastare l’esercito, all’inizio le sono stati assegnati compiti considerati più “adatti” ad una ragazza, indovinate quali…cucinare, pulire, occuparsi della logistica. Ma Anina non voleva restare nelle retrovie. Ha insistito per ricevere un addestramento militare vero e proprio. La sua familiarità con le armi risaliva all’infanzia, quando accompagnava il padre nelle battute di caccia sulle montagne: lì aveva imparato a controllare il respiro, mantenere la concentrazione e non lasciarsi paralizzare dal rumore degli spari.
Con il tempo è stata ammessa a un corso per tiratori scelti. Nel 2024 ha completato un addestramento avanzato, seguito anche da un istruttore americano, uno che si autodefinisce “internazionalista di sinistra” con esperienza militare, avendo combattuto al fianco dei curdi. Nonostante fosse la più giovane, si è classificata tra le migliori del suo gruppo.

Oggi è l’unica donna cecchino nella sua unità. Pattuglia le alture intorno alla città di Falam con un fucile di fabbricazione indiana, muovendosi tra villaggi semiabbandonati, case distrutte e crateri lasciati dalle bombe. Sa che restare troppo a lungo nella stessa posizione può essere fatale, l’esercito utilizza artiglieria, droni e attacchi aerei, e anche altri cecchini potrebbero individuarla.
Racconta di aver ucciso dei soldati e dice di aver smesso di contare dopo tre. Le sue parole, pronunciate con una calma che contrasta con l’età, raccontano i giornalisti, rivelano quanto profondamente la guerra abbia inciso sulla sua vita. Mentre altrove ragazze della sua età pensano agli esami, agli amici o ai progetti per il futuro, lei misura le distanze, valuta tracciamenti di tiro e pianifica vie di fuga.
In una società tradizionalmente patriarcale come quella rurale del Myanmar, il suo ruolo è anche una sfida culturale. Molti considerano le donne troppo fragili per combattere. Anina respinge questa idea e invita le altre ragazze a non accettare di essere sminuite o maltrattate per il fatto di essere donne. La sua scelta è insieme personale e politica: difendere la propria dignità e quella del proprio popolo.
La sua storia, però, non è un’eccezione isolata. Il reportage la inserisce nel quadro più ampio di una generazione segnata dal conflitto: migliaia di giovani hanno abbandonato studi e famiglie per unirsi alle milizie o per fuggire all’estero; molti sono morti, altri vivono nascosti nelle foreste e nelle montagne. L’infanzia e l’adolescenza di una intera nazione si sono accorciate sotto il peso della repressione e non torneranno.
Così la vita di Anina si divide tra frammenti di normalità, un messaggio al fidanzato, una partita di calcio seguita sul telefono… e la realtà quotidiana della guerra. Il mondo che osserva più spesso non è quello di un’aula scolastica o di una città in fermento, ma quello inquadrato dal mirino del suo fucile.
Credo profondamente che innanzi a queste storie non si debba esprimere un giudizio morale, o di cercare eroi, si tratta di capire sempre a cosa porta la guerra e cosa la guerra porta via.



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